John Harstad

Non tutti vogliono dirigere un’azienda. Non tutti vogliono essere i più grandi campioni del paese o far parte di svariati consigli d’amministrazione, non tutti vogliono avere i migliori avvocati, non tutti vogliono aprire gli occhi la mattina sul trionfo o la rovina nei titoli di giornale. Qualcuno non vuole andare in tivù, alla radio, sui giornali. Qualcuno vuol vedere il film, non esserci dentro. Qualcuno vuol fare il pubblico. Qualcuno vuol essere una ruota dell’ingranaggio. Non perchè è costretto, ma perchè lo vuole. Una pura questione matematica.. Così io me ne stavo seduto. Qui. Qui in giardino, e non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo.

Voglio vivere ancora duecentocinquanta anni. Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi nel prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi. Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere i libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio. Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere, seduti sui gradini, a perder tempo. Certe sere in cui sentivi che, in un paese lontano, una fucilata ammazzava uno come te. Voglio rivedere tutti i miei amori anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila. Voglio imparare a suonare il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani. …. Voglio sentire tutti in una volta i nodi con cui sono stato legato al mondo ogni volta che la mia vita si è incrociata con un’altra. Crollare a terra sotto questo felice groviglio.

(Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri)