riflessioni di fine anno

l'uomo sperimenta una nuova solitudine, non di fronte a una natura ostile, per dominare la quale ci sono voluti dei secoli, ma nella folla anonima che lo circonda e in mezzo alla quale egli si sente come straniero»

Una Città dalla folla anonima, dove si è perfettamente anonimi? Dove, in qualche modo, il prezzo della nostra sicurezza e della nostra piccola forza sta proprio nel nostro anonimato, discreto nascondiglio di ciò che siamo?

Che ne è dell'accoglienza, della capacità di accoglienza delle grandi città del passato? Il cosmopolitismo di un tempo significava l'essere cittadini di una grande Città, il mondo, e le grandi città non avevano più né confini né mura.

E ancora: la solitudine, meglio: l'isolamento; l'assenza di relazioni, di legami; addirittura il disinteresse voluto e cercato rispetto a relazioni e legami.

Chi sarà mai il nostro vicino? Chi siamo noi per il nostro vicino? Chi sarà mai il compagno di viaggio? Chi saremo noi per gli accidentali compagni di viaggio? Sempre che un viaggio ci sia e non si stia sempre fermi in un punto, tra la folla ostile. Ci sarà un prossimo? E chi è il mio prossimo? Per chi sarò prossimo?

In fondo, pensiamo che è bene per noi che la folla sia anonima. Già così è di tanto difficile sopportazione! Mi urta e mi spinge in metropolitana. Se ci sono dei bambini, sono sicuramente fastidiosi con le loro grida. I mendicanti, che sono tornati numerosi, mi infastidiscono anche solo con la loro presenza. Perché mai dovrebbe esserci qualcuno con cui stringere un rapporto forte, una relazione vera? Non voglio essere obbligato ad uscire da me stesso. In fondo chiedo poco: che il mio mondo sia io. Io e basta. Del resto, non commetto atti di vandalismo e quindi sono dotato di coscienza civile. Che altro volete da me?

Se ci fosse, in certi giorni neri, una radiocronaca dei nostri pensieri, sarebbe più o meno così. Sarebbe il riflesso di una paura spasmodica di essere soli e, insieme, il desiderio che non ci sia nessuno attorno e che tutte le cose vadano per il loro verso e siano solo per noi.

Per fortuna che le vicende della vita non obbediscono alla nostra personale irritazione!

Non è, infatti, come l'istinto ferito ci suggerisce talvolta. La vita della Città è fondamentalmente "relazione". È fondamentalmente legame sociale. È comunità civile. È vivere insieme. È essere disponibili a condividere regole comuni. È "sapere" che ci sono gli altri.

Sono un cittadino se accetto tutto questo e se riconosco l'altro, cittadino a sua volta. È un reciproco riconoscersi e su questo riconoscimento si radica l'impegno a mantenere saldo il vincolo che ci unisce. È la relazione, il legame sociale, ciò che tiene insieme la società. La saldezza di tale legame, la sua solidità appunto, è la fonte della solidarietà.

Non è un caso che parole come solidità, solidarietà, solido e solidale abbiano la medesima radice e la medesima origine: la solidarietà dice la solidità della società. Ne è un elemento costitutivo. Anzi, la solidarietà è un rapporto che si instaura fra tutti i cittadini, non solo ed esclusivamente con quelli che sono più deboli o bisognosi.

Uscire dall'anonimato che annichilisce l'uomo

Ciascuno di noi è fatto per stare con l'altro, per aiutarlo e per riceverne aiuto. È fatto per avere attenzione e per darla; per amare e per essere amato; per dar vita a progetti nuovi con gli altri. È fatto per il dialogo e per il colloquio, per la comunicazione; per «non essere solo»  e per non lasciare solo chi è come lui, cioè tutti gli altri.

Allora non bisogna temere la relazione. Non bisogna temere di essere "riconosciuti" tra la folla. Riconosciuti non perché siamo famosi – non è questione di fama e di gloria -, bensì perché ciascuno ha un'identità. Si deve operare in modo che ciascuno abbia un'identità, ossia perché nessuno debba sentirsi "straniero ed estraneo" fra i propri simili, mai, in nessun luogo, perché nessuno sia senza vincolo di appartenenza sociale, senza "solidarietà", senza "simpatia umana".

È vero che esiste una solitudine profonda, singolare, ineliminabile in ciascuno. L'intimo dell'uomo è conosciuto solo da Dio. Neppure l'amico più caro, la moglie più amata, la sorella a noi più legata, la madre più dolce, il padre più attento vedono nel profondo del cuore, nell'intimo più nascosto di noi stessi, totalmente sottratto agli sguardi dell'altro.

Del resto – come ci suggerisce una bella riflessione di Thomas Merton – «Il bisogno di vera solitudine è cosa complessa e pericolosa, ma è un bisogno reale» La vera solitudine è la dimora della persona, la falsa solitudine il rifugio dell'individualista. La persona è costituita da una irrepetibile e sussistente capacità di amare, una capacità intrinseca di amare tutti gli esseri creati da Dio e da Lui amati. Questa capacità viene annullata dalla perdita di prospettiva. Senza un poco di solitudine non vi può essere compassione; perché quando l'uomo è smarrito entro gli ingranaggi della macchina sociale, egli non è più consapevole delle indigenze umane come di cosa di cui egli sia personalmente responsabile. Si può sfuggire agli uomini perdendosi nella folla. Non andate nel deserto per sfuggire gli uomini, ma per trovarli in Dio»

Non c'è ricerca vera di solitudine in mezzo alla folla, ma solo la certezza dell'affermazione del proprio individualismo con tutte le ambiguità dell'anonimato, che diviene sofferenza e insieme alibi. C'è una solitudine che propizia la riflessione, il silenzio, l'ascolto, l'amore. Essa tuttavia non ha i connotati dell'isolamento e della propria intangibile comodità.

Così certe esperienze scontano una naturale e radicale solitudine. Questo tipo di solitudine, però, non ha a che vedere con l'anonimato, con l'abbandono dell'altro ad una personale deriva. Forse ha ragione il Poeta: «Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera» ma sta alla nostra capacità di "vedere" l'altro per rendere dolce la sera. Alla capacità di ciascuno di noi.

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