Una carovana senza freni, lanciata in discesa, verso il burrone.
Il cupo sacrificio della dignità altrui, celebrato sull’altare grottesco del consenso. Il trionfo di una estetica miserabile, di parole vuote, di approssimazioni grossolane, di sghignazzi, di rutti semantici, l’acrobazia di un nulla che si fa tutto pur di alzare la posta di un tragico gioco all’azzardo.
E tutto si impasta, nel maelstrom vorticante dei social, delle televisioni, dei cellulari da combattimento. E suona un suono cupo, di bordone, interrotto appena dalle grida lontane, di qualcuno, da qualche parte. La retorica dell’orrido si mette in scena, ammiccando, nella lingua amica del reality show. Tutto si confonde, tragicamente, la caccia all’uomo nero, il dramma dei bambini in mare, le strette di mano ai trafficanti di morte, il disprezzo per la scienza, l’osceno balletto degli autoscatti. Tutto diventa un bolo, nella masticazione ossessiva del consumo.
Mi chiedo cosa penseranno tra qualche decennio i ragazzi e le ragazze, di questa sospensione dell’incredulità che sembra affliggere chi guarda e non vede quello che accade.
Mi chiedo cosa pensino oggi, quei ragazzi e quelle ragazze, che hanno fatto un concorso, per esempio, indossano una divisa, per esempio, e fanno un lavoro difficile, faticoso, pagato male. Per esempio. E che comunque sorridono, e qualche volta rischiano anche la vita.
Mi chiedo cosa pensino dinanzi allo spettacolo di quegli altri, spocchiosi e arroganti, che il concorso non l’hanno fatto mai, ma fanno una gara indecente a indossarla, quella divisa, nella sguaiata performance di una carovana di saltimbanchi.
Una carovana senza freni. In discesa, verso il burrone.

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